Cosa lasceremo...

Per trent'anni, la legge 157 del 1992 ha provato a tenere insieme due esigenze che sembravano inconciliabili: permettere la caccia e "proteggere la fauna come patrimonio di tutti", non di chi la pratica. Non è stata sicuramente una legge perfetta, e questo sito lo ha documentato dossier dopo dossier, con dati alla mano e senza sconti. Ma partiva da un principio semplice, quasi ovvio, scritto persino nel codice civile: la natura non appartiene a chi la attraversa con un fucile. Appartiene alla collettività, a chi ci vive accanto, la coltiva, la custodisce senza pretendere di possederla. E appartiene, soprattutto, a chi verrà dopo di noi, che di quella natura non ha ancora potuto godere e che non può difendersi da chi la sta consumando oggi.

Il DDL Malan ribalta quel principio, non lo fa con un gesto solo, plateale, che si potrebbe indicare e respingere in blocco. Lo fa con una somma di piccoli spostamenti, ognuno difendibile da solo, ognuno presentato come tecnico, ragionevole, persino inevitabile: un calendario venatorio più lungo, una specie in più nell'elenco dei bersagli, uno strumento tecnologico in più nella dotazione del cacciatore, un vincolo scientifico in meno a frenare le decisioni politiche. Nessuno di questi passaggi, letto da solo, sembra un terremoto. Ma messi in fila, uno dopo l'altro, raccontano una direzione precisa e coerente. La fauna smette di essere un bene da proteggere con prudenza, come un patrimonio fragile che si può solo amministrare per conto di altri, e diventa, gradualmente, una risorsa da mettere a reddito, come un giacimento da cui estrarre valore finché ce n'è.