Il DDL 1552 e l'Unione Europea

Questo documento nasce come strumento di conoscenza tecnica sul rapporto tra il DDL 1552 e il diritto dell'Unione Europea: le procedure d'infrazione già aperte sulla materia venatoria, le direttive violate, i precedenti giudiziari sulla stessa identica questione, e il costo reale, in denaro pubblico, di un'eventuale nuova condanna. Era già un dossier necessario prima del 23 giugno 2026. Con l'approvazione del DDL 1552 da parte del Senato della Repubblica, primo firmatario il senatore Lucio Malan (FdI), è diventato urgente.
Il punto di partenza di questa prefazione è un dato che dovrebbe far riflettere prima ancora di entrare nel merito giuridico del provvedimento: dal 2012 al 2026 l'Italia ha versato oltre 1,2 miliardi di euro alla Commissione europea in seguito a sentenze di condanna della Corte di Giustizia legate a procedure d'infrazione, secondo quanto riferito dal commissario Ue Valdis Dombrovskis in risposta a un'interrogazione parlamentare. Solo negli ultimi anni, e per il solo settore ambientale, la Corte dei Conti ha certificato un esborso superiore agli 800 milioni di euro. Ventiquattro delle 69 procedure d'infrazione oggi aperte contro l'Italia, quasi un terzo del totale, riguardano proprio l'ambiente. Sono soldi pubblici. Escono dalla fiscalità generale, quindi dalle tasche degli stessi cittadini che ogni giorno fanno i conti con liste d'attesa sanitarie che si allungano, pronto soccorso sotto organico, scuole con edifici da ristrutturare e organici docenti tirati all'osso. Un provvedimento che riapre volontariamente fronti già sanzionati o sanzionabili dall'Unione Europea non è una scelta neutra: mette in fila di attesa, insieme ai pazienti e agli studenti, anche il conto di eventuali nuove condanne.
Il DDL 1552 tocca materie già oggetto della procedura d'infrazione numero 2023/2187, aperta per il mancato allineamento della normativa italiana sulla caccia alla Direttiva Uccelli e al regolamento REACH sul piombo nelle munizioni, e già oggetto di una EU Pilot aperta nel 2023 sui richiami vivi. Non è un rischio ipotetico: è la prosecuzione di un fronte già avviato, aggravato proprio nei punti che la Commissione aveva già segnalato come critici in una lettera datata 18 dicembre 2025. Nel frattempo, chi trae vantaggio diretto dal provvedimento non è certo il cittadino comune. Il gruppo Beretta, oggi la più grande industria di armi da fuoco al mondo, ha chiuso il 2024 con un fatturato consolidato intorno a 1,7 miliardi di dollari a livello globale, mentre la sola Beretta Armi in Italia punta a circa 330 milioni di euro di ricavi nel 2025. Fiocchi Munizioni, oggi controllata dal gruppo ceco Czechoslovak Group, fattura oltre 200 milioni di euro l'anno. Va detto con onestà, per rigore metodologico, che nel caso di Fiocchi la quota di fatturato legata specificamente a caccia e tiro sportivo pesa per circa un quinto del totale, mentre la parte più consistente arriva dal settore industria e difesa: un dato che va citato per intero, senza semplificazioni che ne travisino il peso reale. Resta il fatto che si tratta di aziende solidissime, in crescita costante, che non hanno alcun bisogno di una legge costruita per allargare mercati già ampiamente redditizi. Il conto di un'eventuale nuova condanna europea, se dovesse arrivare, non lo pagheranno i produttori di armi né le federazioni venatorie che hanno sostenuto il provvedimento.

Lo pagheranno, come è sempre accaduto con le sanzioni europee, tutti i contribuenti italiani, attraverso la stessa fiscalità generale che dovrebbe finanziare ospedali, scuole e servizi essenziali.

Le sezioni che seguono ricostruiscono lo stato dell'iter, le procedure europee già in corso, i singoli punti di conflitto con le direttive Uccelli e Habitat, il precedente giudiziario diretto sulla stessa materia, quanto è già costato all'Italia il mancato adeguamento in casi analoghi, e infine chi beneficia del provvedimento e chi ne sopporta i costi.