Cinghiali, un problema che viene da lontano

"Il cinghiale viene raccontato come un'emergenza che solo i cacciatori possono risolvere. I dati però raccontano una storia diversa: una popolazione fatta crescere per decenni dallo stesso mondo venatorio, con ripopolamenti sistematici avviati già negli anni sessanta e mai davvero interrotti, spesso con esemplari catturati o allevati appositamente per essere liberati in natura. La popolazione "originale" poteva restare stabile se non ci fossero state queste "attenzioni", infatti in condizioni naturali, il gruppo familiare del cinghiale è regolato dalla Matriarca, la femmina dominante che attraverso i feromoni sincronizza il ciclo riproduttivo delle femmine subordinate e mantiene le nascite entro una sola stagione l'anno. È un sistema di autoregolazione naturale ben conosciuto dalla scienza in quanto è uno dei meccanismi di difesa più utilizzati. La braccata, la tecnica di caccia più diffusa in Italia, colpisce prima di tutto gli animali più esposti: la Matriarca. Quando questa viene abbattuta, il controllo feromonale cessa, le femmine rimaste entrano tutte in calore simultaneamente e fuori stagione, e la popolazione esplode. Uno studio pubblicato nel gennaio 2026 sulla rivista MDPI Conservation documenta incrementi fino al 245% in un solo anno nelle popolazioni di montagna toscane sottoposte a braccate intensive. Non è un'ipotesi: è un meccanismo fisiologico misurato e questi numeri confermano il quadro. Secondo l'indagine ISPRA 2015 2021, la popolazione stimata di cinghiali ha raggiunto 1,5 milioni di esemplari nel 2021, nonostante un aumento del 45% negli abbattimenti nello stesso periodo, per un totale di circa 300.000 capi l'anno. I danni all'agricoltura hanno superato i 120 milioni di euro in sette anni, con Abruzzo e Piemonte le regioni più colpite. Sul fronte della sicurezza, i dati ASAPS citati da Federcaccia riportano 14 vittime nel 2024 in incidenti stradali gravi legati alla fauna selvatica, un fenomeno che il dossier collega proprio all'effetto della braccata, la quale aumenta la mobilità notturna degli animali spingendoli fuori dai boschi e verso le strade. Il DDL 1552 propone di rispondere a questa emergenza ampliando lo stesso strumento che l'ha creata: più braccate, anche su terreni innevati e in orario notturno, meno vincoli, apertura delle foreste demaniali alla caccia. A beneficiarne non sono i territori né gli agricoltori non organizzati, ma le riserve private, la filiera armiera e le organizzazioni agricole che costruiscono attorno alla carne di selvaggina una nuova filiera commerciale.

Un dossier tecnico su ripopolamenti, gestione faunistica e responsabilità reali, con dati ISPRA e studi scientifici alla mano, non luoghi comuni."