La caccia con l'arco: crudeltà e inefficacia

La scena che segue è una ricostruzione illustrativa (ma non troppo). È coerente con il meccanismo fisiologico documentato nella sezione 2 di questo dossier e con le difficoltà di tracciamento descritte nella sezione 4. Scusatemi per la descrizione piuttosto cruenta ma le cose, come non è difficile immaginare, stanno proprio in questo modo.

(nell'immagine in alto potete ammirare alcune delle punte broadhead disponibili sul mercato)

Il cervo è al limitare del bosco quando la freccia parte. Il broadhead, così vengono chiamate le punte da caccia, attraversa il pelo, la pelle, i muscoli della parete addominale, ed entra nella cavità dello stomaco. Non trova il cuore. Non trova l'aorta. Non trova un polmone. Trova intestino, trova stomaco, trova un tessuto ricco di vasi minori ma privo dell'unico bersaglio capace di fermare tutto in pochi secondi: un grosso vaso arterioso reciso di netto.

L'animale non sviene. Non ha ricevuto lo shock idrostatico di un proiettile, capace di sconvolgere il sistema nervoso al momento dell'impatto: ha ricevuto un taglio, e un taglio, per quanto profondo, lascia il cervello lucido finché il cuore continua a pompare sangue verso di esso. Il cervo sente il dolore e reagisce con l'unico istinto che possiede da milioni di anni di evoluzione contro i predatori: corre. Corre nei rovi, nella boscaglia più fitta, lontano dal punto in cui è stato colpito, con la freccia ancora incastrata nell'addome che si muove e si incastra a ogni falcata, lacerando ulteriormente i tessuti già aperti, immaginatelo, è di una atrocità  immane.

All'interno, l'emorragia non si ferma. All'esterno esce pochissimo sangue: la ferita d'ingresso è piccola, la punta è entrata e la pelle si è quasi richiusa attorno all'asta. Ma dentro, nella cavità addominale, il sangue si accumula, mescolato al contenuto dello stomaco perforato, che a sua volta comincia a riversarsi tra i visceri, avvelenando lentamente ciò che l'emorragia non ha ancora ucciso. È una combinazione che i veterinari forensi conoscono bene: emorragia interna e peritonite, una acuta, l'altra progressiva, che si sommano nello stesso corpo.

Non c'è nulla, in questo momento, che assomigli a una morte rapida. Il cervo non cade dove è stato colpito. Cammina, si ferma, riparte, cerca acqua se la trova, si accovaccia sotto un cespuglio con l'istinto di nascondersi dai predatori che il suo corpo, sempre più debole, non è più in grado di eludere. Il cacciatore, se cerca la scia di sangue, ne trova poca: una ferita allo stomaco non lascia la traccia abbondante di una ferita al torace. La ricerca, quando avviene, può durare ore e spesso non porta al ritrovamento dell'animale..

L'animale, se non lo trovano prima i predatori, muore da solo, non in pochi secondi, come vorrebbe l'immagine rassicurante di una freccia chirurgica e silenziosa. Muore in un tempo che nessuno misura, perché nessuno è lì a misurarlo, di un'emorragia interna che nessuno vede, in un punto del bosco che nessuno raggiungerà mai. Non finisce nei carnieri. Non finisce nelle statistiche di prelievo. Finisce semplicemente dove è caduto: solo, tra le frasche, con la freccia ancora dentro.