Cosa rimane delle cartucce?


Ricordo le domeniche di primavera come un rito fisso della mia infanzia. Si caricava la macchina la mattina presto, la nonna con la teglia di timballo avvolto in un canovaccio, mio padre con le coperte da stendere sull'erba, e si saliva verso la Majella, dove l'aria cambiava colore appena lasciata la valle. Cercavamo un prato, uno qualunque tra i tanti che si aprivano oltre gli ultimi faggi, e lì si passava il pomeriggio a mangiare, giocare, guardare le nuvole muoversi sopra le creste. Io, da bambino, avevo un gioco tutto mio, che nessuno mi aveva insegnato e che nessuno mi aveva mai spiegato del tutto.
Cercavo le cartucce.
Erano ovunque, tra i sassi e i cespugli di ginepro, mezze affondate nella terra scura o appoggiate sopra un ciuffo d'erba come se qualcuno le avesse posate lì un attimo prima. Rosse, verdi, blu, o rosse con le scritte dorater, con il fondello di metallo che il tempo aveva già cominciato a mangiare, arrugginito, opaco, a volte spaccato in due, a volte ancora lucidi e brillanti. Ne riempivo le tasche e poi le allineavo sopra un masso, come soldatini, e passavo mezz'ora a inventare battaglie che non avevano nessun senso, se non quello di tenermi occupato mentre gli adulti parlavano di cose che non mi riguardavano.
Nessuno le raccoglieva davvero, quelle cartucce.
Qualche adulto ogni tanto ne calciava una via, distrattamente, come si fa con un sasso che intralcia il passo. Io le tenevo, le studiavo, ci soffiavo dentro per sentire il suono che facevano, cercavo di capire a cosa fossero servite prima che io le trovassi. Erano, per me, reperti di una guerra che non avevo visto, oggetti che sembravano usciti da un tempo diverso da quello in cui vivevo, anche se magari erano state sparate la settimana prima.
Sono tornato su quei prati molti anni dopo, da adulto, con l'occhio di chi ha imparato a fare domande invece che a giocare. E le cartucce c'erano ancora. Non le stesse, probabilmente, ma identiche a quelle che tenevo in tasca da bambino: lo stesso tubo di plastica colorata, la stessa forma, lo stesso fondello che il tempo continua paziente a corrodere senza però riuscire a intaccare quello che sta dentro. Ho capito solo allora, con la lentezza con cui si capiscono le cose che si sono avute sotto gli occhi per una vita intera, che quello che raccoglievo da bambino non era un ricordo di passaggio. Era un residuo permanente. Le stagioni cambiano il colore dei prati della Majella ogni anno. Le cartucce, quella parte di esse fatta di plastica, restano fedeli a se stesse molto più a lungo delle stagioni, molto più a lungo di me.

Questo dossier nasce da quel prato, ma non si ferma al ricordo. Prova a rispondere a una domanda semplice quanto scomoda: cosa succede, davvero, a una cartuccia dopo che è stata sparata, e cosa resta del suo passaggio sul nostro territorio quando il fucile è già lontano da tempo.