4. La legge esiste, il rispetto no
La normativa italiana su questo punto non lascia margini di ambiguità. L'articolo 13, comma 3, della legge quadro sulla caccia, la 157 dell'undici febbraio 1992, stabilisce che i bossoli delle cartucce devono essere recuperati dal cacciatore e non lasciati sul luogo di caccia. È un obbligo di legge, non una raccomandazione di galateo venatorio, in vigore da trentaquattro anni.
L'apparato sanzionatorio, però, è demandato alle singole leggi regionali, e i risultati sono, nella pratica, disarmanti rispetto alla gravità del danno ambientale descritto nei capitoli precedenti. La legge regionale dell'Emilia Romagna numero 8 del 1994, per fare un esempio verificabile, punisce l'abbandono sul luogo di caccia dei bossoli delle cartucce con una sanzione amministrativa letteralmente risibile che va da 25 a 154 euro. Si tratta della stessa fascia sanzionatoria prevista per infrazioni procedurali minori, come la mancata comunicazione di dati amministrativi, e non di una cifra costruita per riflettere un danno che la scienza ambientale misura in secoli.
Il mancato rispetto di questo obbligo, va aggiunto per completezza, non è un'illazione né un pregiudizio verso il mondo venatorio: Attenzione, è documentato dagli stessi cacciatori! Nel 2024, in seguito a una lettera dell'associazione dei produttori conservieri Anicav sui bossoli ritrovati mescolati ai pomodori raccolti meccanicamente nei campi, il presidente nazionale di Federcaccia ha risposto sollecitando le proprie sezioni territoriali a sensibilizzare gli iscritti, ricordando loro che la legge sulla caccia prevede già l'obbligo di raccogliere i bossoli usati e di non abbandonarli nell'ambiente. Una simile sollecitazione, rivolta ai propri stessi iscritti dalla principale federazione venatoria italiana, è di per sé la prova più diretta che l'obbligo di legge, per una parte non quantificabile ma evidentemente non marginale dei cacciatori, resta lettera morta.
La stessa letteratura scientifica internazionale individua una causa tecnica ricorrente di questa dispersione: l'uso di fucili semiautomatici o a pompa, che espellono il bossolo con più forza e in una posizione meno prevedibile rispetto ai fucili basculanti tradizionali, rende più difficile il recupero sistematico, soprattutto durante la caccia in zone umide dove corrente e vento disperdono rapidamente ciò che cade in acqua.
5. Cosa succede alla fauna e ai suoli
L'impatto di questi materiali non si esaurisce nell'aspetto estetico di un bosco o di una riva disseminati di plastica colorata. La borra, per forma, colore e dimensione, viene scambiata da alcune specie marine per una piccola preda naturale, un calamaro di piccola taglia, e ingerita di conseguenza. Il Virginia Institute of Marine Science segnala il ritrovamento di borre di plastica nello stomaco di uccelli marini in cerca di cibo, inclusi gli albatri, una delle specie più studiate al mondo per la sua vulnerabilità all'inquinamento da plastica.
Con il tempo, sia il bossolo sia la borra si frammentano in microplastiche, particelle sotto i cinque millimetri che entrano nella catena alimentare attraverso organismi molto più piccoli di un uccello marino e che, secondo la revisione scientifica del 2021 già citata, si formano quasi inevitabilmente anche a partire dai materiali oggi commercializzati come biodegradabili: la biodegradabilità dichiarata in etichetta non elimina il passaggio intermedio attraverso la microplastica, lo sposta soltanto più avanti nel tempo.
Un fronte di ricerca più recente, e ancora poco esplorato secondo gli stessi autori, riguarda la contaminazione dei suoli. La rassegna del 2025 sui poligoni di tiro nota come la contaminazione da metalli pesanti in questi contesti sia ormai ben studiata, mentre quella da plastica e microplastica resti largamente trascurata, nonostante fonti evidenti come le cartucce da caccia e le borre continuino ad accumularsi sul campo per decenni.
Un dato, infine, merita di essere letto insieme al dossier piombo di questa serie: lo studio del 2025 sul Lago di Ginevra ha analizzato 138 borre raccolte sulle spiagge del lago, trovando piombo rilevabile tramite fluorescenza a raggi X nel 62 per cento dei campioni, con concentrazioni fino a 344 milligrammi per chilogrammo, superiori ai 1.000 milligrammi per chilogrammo nei campioni raccolti vicino a impianti di tiro. La borra, in altre parole, non è soltanto un problema di plastica autonomo: è anche un veicolo secondario che trasporta il piombo più lontano e più a lungo di quanto farebbe il piombo da solo, complicando ulteriormente la bonifica dei territori interessati.
6. Il caso Majella
Il Parco Nazionale della Majella offre un caso di studio utile per collocare tutto quanto detto finora in una cornice temporale precisa e verificabile.
La legge quadro sulle aree protette, la 394 del 6 dicembre 1991, si limita a inserire la Majella nell'elenco delle aree destinate a diventare parco nazionale, senza fissarne subito un perimetro operativo. Un primo decreto ministeriale del 4 dicembre 1992 tenta una prima perimetrazione provvisoria, ma viene abrogato l'anno successivo. È solo con il decreto ministeriale del 4 novembre 1993 che il territorio riceve una perimetrazione provvisoria accompagnata da vere misure di salvaguardia, ai sensi dell'articolo 6 della legge 394, con la divisione in Zona 1 e Zona 2 che sarà poi confermata in via definitiva dal decreto del Presidente della Repubblica del 5 giugno 1995, istitutivo dell'Ente Parco. Il piano del parco, che avrebbe dovuto sostituire il regime provvisorio, è stato pubblicato solo il 17 luglio 2009: sedici anni di misure rimaste, sulla carta, provvisorie.
Ne discende un fatto scomodo ma verificabile: per quasi due anni dopo l'approvazione della legge quadro nazionale, e per un tempo indefinito prima di essa al di fuori delle poche riserve regionali già esistenti, come quella del Bosco di Sant'Antonio istituita nel 1986 o quella della Valle dell'Orta istituita nel 1989, la caccia sul massiccio della Majella era un'attività pienamente legale. Le cartucce disperse in quegli anni fatte di polietilene, sono infatti presenti ancora sul territorio, insieme a quelle di ogni stagione venatoria successiva svoltasi appena fuori dai confini attuali del parco.
(1) Una doverosa precisazione: Le prime borre in plastica per cartucce da caccia e da tiro iniziarono a diffondersi su larga scala nei primi anni '60. In Italia, uno dei modelli pionieristici e di vanto fu la borra Push Pull, messa a punto a cavallo tra il 1962 e il 1963 dall'azienda Baschieri & Pellagri
Questa innovazione sostituì gradualmente i materiali tradizionali come il feltro e il sughero, offrendo una migliore tenuta dei gas propulsivi e, nella versione "a bicchierino", una protezione per i pallini che migliorò la qualità e la regolarità delle rosate balistiche ma si è preferita l'efficienza all'ambiente...